Pizzaballa: «La risurrezione, irruzione della vita di Dio nella nostra»
Il patriarca di Gerusalemme ha celebrato la Messa di Pasqua al Santo Sepolcro. «Noi crediamo e oggi annunciamo che la morte è ogni luogo in cui Dio è assente: questo è il vero fallimento della vita»
«Forse ci siamo abituati all’idea della Risurrezione, al punto da non renderci conto di quanto sia sconvolgente il significato di questo Sepolcro vuoto. Eppure, se ci pensiamo bene, è una pazzia, secondo i parametri umani, credere che vi possa essere una risurrezione. Eppure, questa è la nostra fede». Il patriarca latino di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa ha celebrato la Messa di Pasqua nella basilica del Santo Sepolcro. «Crediamo – ha detto – che la Pasqua è l’ultimo, definitivo intervento di Dio, nella storia, per tutti. Il più inatteso e il più sorprendente. Crediamo che dopo averci salvato dal nulla, dalla schiavitù, dall’esilio, Dio doveva ancora salvarci da un ultimo nemico, che è la morte e cioè il peccato. Noi crediamo e oggi annunciamo – ha continuato – che la morte è ogni luogo in cui Dio è assente, dove l’uomo è rimasto senza la relazione con Lui: questo è il vero fallimento della vita. La vita, infatti, non resta priva di senso quando ci manca qualcosa o quando sperimentiamo il dolore, ma quando ci manca il Signore, perché senza di Lui siamo soli».
Nelle parole del patriarca, «la morte si trova dove Dio non è più la Sorgente, dove non siamo capaci di fargli spazio». Al contrario, «la risurrezione è l’irruzione della Sua vita nella nostra. Noi oggi diciamo che crediamo tutto questo. Questa consapevolezza – ha spiegato – non ci rende esenti dall’esperienza della prova, del dolore, del buio. Tutto questo rimane, ma non è più una condanna: in ognuna di queste situazioni può entrare la fiducia che Dio è con noi, che anche da lì Lui può trarre la vita». E tra le situazioni di morte, Pizzaballa ha ricordato «le tremende condizioni in cui si trovano molte parti del mondo oggi: in Terra Santa, in Ucraina, nello Yemen, in alcuni paesi dell’Africa e dell’Asia. La vita che noi oggi qui celebriamo, altrove con cinismo e arroganza viene disprezzata e umiliata ogni giorno – ha rilevato -. Ma anche in ciascuno di noi, nelle nostre relazioni, negli affetti, nelle nostre comunità, nel nostro vivere quotidiano, non manchiamo di fare esperienze di morte, di dolore, di solitudine. Pensiamo, inoltre, ai drammi che la pandemia ha lasciato dietro di sé».
L’invito dell’arcivescovo però è a non confondere la risurrezione con la ripresa «e nemmeno con la soluzione di conflitti, di qualsiasi genere essi siano. La risurrezione – ha spiegato infatti – non è un generico simbolo di pace e di armonia al quale fare riferimento ma, come abbiamo detto, l’irruzione della vita di Dio nella nostra, è fonte di perdono, è la risposta alle nostre solitudini, il compimento del desiderio di unità e di amore di Dio per l’uomo. Solo l’incontro con il Cristo Risorto ci può donare la risurrezione vera, una vita piena, che ci fa stare nel mondo con la passione e la forza di persone libere e redente», ha aggiunto. Quindi, l’esortazione: «Non ripieghiamoci o chiudiamoci dunque nelle nostre paure. Non permettiamo alla morte e ai suoi sudditi di spaventarci. Sarebbe un negare con la vita la nostra fede nella risurrezione!».
19 aprile 2022

