“Dall’oblio più lontano”, Modiano e la musica dei grandi maestri

Nel romanzo pubblicato da Einaudi, un ragazzo infatuato di letteratura resta segnato per sempre da Jacqueline. Ma presenze e assenze si alternano come quinte di teatro

Il nome di Patrick Modiano, nato nel 1945, premio Nobel per la Letteratura nel 2014, è legato al romanzo che più di tutti, fra i numerosi che ha scritto, riassume la sua poetica: Dora Bruder (1997), storia della ricerca ossessiva di una ragazza ebrea scomparsa a Parigi durante gli anni dell’occupazione nazista e mai più ritrovata. Come se nel sentimento di scacco che proviamo di fronte al fallimento risiedesse la natura profonda dell’essere umano destinato a non conoscere mai il proprio destino. In quel capolavoro di sintesi narrativa a brillare furono anche le luci della Capitale profanata che si specchiavano nei ricordi del protagonista come un miraggio impossibile.

L’anno prima era uscito in Francia Dall’oblio più lontano, nel quale il furore toponomastico di Modiano – che scoprirà i suoi ingranaggi autobiografici in un altro libro fondamentale come Un pedigree (2005) – aveva già assunto una caratteristica forma espressiva che oggi noi italiani possiamo apprezzare, con sguardo retroattivo, grazie alla traduzione di Emanuelle Caillat per Einaudi (pp. 142, 17,50 euro). In questo romanzo un ragazzo infatuato di letteratura resta segnato per sempre da Jacqueline, insieme alla quale vive un’avventura breve ma quasi impalpabile, prima a Parigi, in seguito a Londra, e di nuovo a Parigi, dai frenetici anni Sessanta in poi, senza riuscire a conoscerla davvero. Presenze e assenze si alternano come quinte di teatro. Lei resterà un sogno irrealizzato, perfino nel momento in cui lui la rivedrà per caso a una festa estiva. Tanto precisi e puntigliosi sono i luoghi che fanno da sfondo alla vicenda dei due personaggi, tanto evanescente appare la loro amicizia amorosa.

Modiano è uno degli ultimi scrittori novecenteschi nel quale possiamo risentire la musica dei grandi maestri, sebbene venga rappresentata da una distanza incolmabile e in una misura volutamente piccola: come se tutte le educazioni sentimentali di Flaubert e la formidabile pulsione ritmica di Stendhal fossero macchinari antiquati e bellissimi non più attivi nella nostra coscienza. Monumenti che tuttavia possiamo ancora ammirare quali stagioni di un’umanità perduta che le nuove generazioni sembrano avere dimenticato. La medesima tensione antiproustiana, legata all’impossibilità di recuperare la memoria, che pure alimenta l’ispirazione dell’artista coi suoi cartoni affascinanti e misteriosi, non nasce da una propugnata consapevolezza ma scaturisce dal gioco di polso, dal braccio prima che dalla mente: questo premia la resa narrativa.

Le pagine migliori di Dall’oblio più lontano sono quelle finali, quando il protagonista senza nome, ormai maturo e disilluso, rievocando dentro di sé l’antica figura femminile, arriva quasi a metterne in dubbio l’esistenza: Jacqueline è passata nella sua vita, sì, ma il lavoro interiore da lei prodotto risulta talmente sproporzionato che forse la sua presenza voleva indicare dell’altro. I valori inutilmente cercati per anni e anni. I significati non trovati. Gli enigmi irrisolti. Ecco perché tornare a camminare nelle strade dove la donna era nata non significa soltanto rievocarla ma chiamare in causa tutta la vita che scomparendo lei si è trascinata dietro: «Le facciate di rue de Paris sono cupe e fatiscenti. Un tempo, lungo la via, si susseguivano caffè, cinema, officine di cui si scorgono ancora le insegne. Una è accesa come una luce di sicurezza, inutilmente».

27 febbraio 2018