Dentro “Guerra e pace” la profonda carica eversiva di Tolstoj

Letto alla maniera di un breviario spirituale, consegnato alla grande Rete, potrebbe diventare il libro di testo per l’educazione sentimentale dei ragazzi del Terzo Millennio

Una nuova traduzione di “Guerra e pace” (Einaudi, due volumi, 42 euro), vuol dire tornare a visitare, con linguaggio adeguato ai nostri tempi, il caposaldo dell’esperienza letteraria moderna, prima che la sua epica venisse rovesciata dalle avanguardie novecentesche, capaci di renderla inutilizzabile, se non come una lontana forma classica. Paradossale resta il fatto che in quella grande opera sia rimasta celata, almeno agli occhi accecati dei cosiddetti rivoluzionari, la profonda carica eversiva tolstojana: cos’altro rappresentava per il maestro di Jàsnaja Poljana la sconfitta di Napoleone in Russia se non l’insufficienza delle categorie illuministiche, licenziate per sempre dallo sguardo indimenticabile che il principe Andrej, disteso a terra ferito nel campo di battaglia di Austerliz, riserva all’immaginetta sacra di un «Salvatore dal volto nero, rivestita d’argento e attaccata a una catenina d’argento di fine fattura» che la principessina Maria, sua sorella, gli aveva regalato al capezzale del padre morente? Quell’intuizione, lucida e febbrile, con la bandiera russa posta accanto al corpo sanguinante che aveva suscitato l’ammirazione dello stesso imperatore francese giunto in perlustrazione, a cui faranno seguito le seguenti testuali parole: «Non c’è niente, niente di certo, tranne la nullità di tutto ciò che capisco, e la grandezza di questa cosa incomprensibile, ma importantissima», secondo la più recente versione di Emanuela Guercetti, a cui tuttavia – la bravissima traduttrice mi scuserà – personalmente continuo a preferire quella di Erme Cadei: «Non esiste nulla, nulla di certo, tranne la vanità di tutto ciò ch’io posso comprendere, e la grandezza di qualche cosa che mi è incomprensibile, ed è più importante di tutto!».

L’unico personaggio in grado di raccogliere la forza stupefacente di tale sgomento percettivo, che la dimensione verbale non può restituire, più ancora di Pierre Bezuchov, pronto a scommettere sulla propria pelle pur di conoscere la realtà della vita, sarebbe Platon Karataev, il contadino legato alla terra madre, nel quale lo scrittore incarna lo spirito della Russia atavica, ma la sua passione totale nei confronti delle radici ancestrali rischia di trasformarlo in una caricatura priva di possibilità operative. Allora, a chi non voglia dividersi fra i due destini radicalmente alternativi di Andrej e Pierre, non resta che rivolgersi a Nicola Rostov, l’uomo ordinario pronto a commuoversi di fronte al nemico e innamorarsi della donna tenuta ostaggio dai suoi mugiki.

Tanti sarebbero comunque i profili coi quali confrontarsi: l’energia contagiosa di Natascia, la spavalderia canagliesca di Dolochov, la cecità vitale di Anatole, la malinconia di Sonia, l’irruenza adolescente di Petia, i travagli di Berg e Vera, l’ironia di Denisov, la superficialità di Helene, gli stratagemmi sociali di Anna Pavlovna, la solennità del vecchio Bolkovskj. Un mondo di storie e caratteri ruota intorno al perno tematico principale con uno stile, ricordiamolo, da racconto breve, affabile e persuasivo, anche nei punti più saggistici e teorici. Senza tacere degli stupendi scorci paesaggistici. Letto così, alla maniera di un breviario spirituale, “Guerra e pace”, sottratto alle bacheche e consegnato alla grande Rete, potrebbe diventare il libro di testo per l’educazione sentimentale dei ragazzi del Terzo Millennio.

11 marzo 2011