«Desert solitarie», diario di Abbey dai canyon

Uno sprofondamento nel tempo immobile. La storia di un uomo che, dopo aver imparato tutto dalla montagna, se ne torna a New York

Uno sprofondamento nel tempo immobile. La storia di un uomo che, dopo aver imparato tutto dalla montagna, se ne torna a New York

Edward Abbey nacque ad Home, in Pennsylvania, nel 1927 e morì a Oracle, in Arizona, nel 1989. Viene considerato uno dei padri spirituali della nuova cultura ecologista, tesa a difendere le risorse del pianeta. E non possiamo negare che molti abbiano preso ispirazione da lui per lottare contro lo sfruttamento operato dall’industria petrolifera e mineraria o per metterci in guardia dalla banalizzazione del viaggio che il turismo spesso rappresenta. Tuttavia, dopo aver letto la sua opera più significativa, Desert solitarie, pubblicata nel 1968 e da poco ristampata da Baldini e Castoldi (pp. 363, 19.50 euro), è difficile sottrarsi alla sensazione di essere di fronte, prima ancora che a un politico, a un vero scrittore, con una propria ossessione stilistica, nel solco della più classica tradizione americana, da Thoureau a Emerson, per citare il cosiddetto filone che oggi definiremmo ambientalista, ma le cui radici risalgono allo spirito più autentico dei Padri Pellegrini.

Conoscere la terra che attraversiamo. Esplorare i sentieri avuti in sorte. Trascinare le nostre membra nella grande avventura della vita. Si sente suonare questa vecchia musica occidentale nelle pagine che Abbey dedica alla natura selvaggia dei canyon dello Utah, là dove trascorre una stagione indimenticabile come ranger, al servizio del governo degli Stati Uniti, pochi anni prima che quelle regioni venissero aperte a orde di visitatori armati di macchina fotografica provenienti da ogni parte del mondo. Il protagonista di questo diario vive da solo in una roulotte, lasciandosi dietro come inutili carcasse i conforti del benessere, a parte un provvidenziale piccolo frigorifero che gli consente di scolarsi una birra al tramonto nel silenzio assoluto.

Accende i fuochi. Ammira le stelle. Risale vecchie mulattiere. Sfida le sabbie mobili. Aiuta i dispersi. Recupera i morti. Compra scatole di fagioli dagli indiani. Studia gli animali. Osserva il volo degli uccelli. Ascolta l’ululato del coyote. Parla coi cavalli. Gioca coi topi. Diventa amico dei serpenti. Lascia che il sole spacchi le pietre e la pioggia scrosci sugli strapiombi. Ma soprattutto scrive. Ne deriva uno sprofondamento nel tempo immobile della natura silenziosa, fino alla domanda cruciale: «È questo il locus Dei?». Abbey non sembra accontentarsi della sua stessa vorace passione vitale, come se fosse consapevole che nel fissare lo sguardo troppo a lungo sulla sabbia del deserto si corre il rischio di perdere le coordinate. Resta sempre in Abbey una resistenza umanistica che lo preserva dalla possibilità di trasformarsi in un santone. Alla fine del lungo servizio, quando indossa di nuovo giacca e cravatta, decide di spendere quasi tutto lo stipendio riscosso come ranger nei biglietti aerei coi quali tornerà a New York a velocità supersonica. Lo fa volentieri. Quello che ha imparato nascosto sotto le pareti dei canyon, non ha prezzo.

 

8 giugno 2015