Grossman: il trittico dal fronte russo
Tradotto in italiano anche “Il popolo è immortale”, in realtà il primo dei tre capolavori dell’autore da cronista al seguito delle truppe. La potenza ritmica del resoconto e l’imperturbabilità della natura
Il fronte russo nella seconda guerra mondiale è stato uno dei buchi neri del ventesimo secolo: si fronteggiavano l’Armata Rossa e l’esercito del Terzo Reich. Non si trattò soltanto di uno scontro militare. La tragedia coinvolse anche i civili. Gli ebrei, in particolare, furono sterminati nelle cosiddette eliminazioni caotiche. Intere popolazioni subirono un martirio sanguinoso. Hitler ne uscì sconfitto. Vasilij Grossman, che partecipò direttamente alla contesa, cronista al seguito delle truppe, scrisse su questo evento tre capolavori che noi italiani, a causa delle ritardate traduzioni dei testi originali, abbiamo letto a ritroso, partendo dall’ultimo: Vita e destino, Stalingrado e, soltanto ora, nella versione di Claudia Zanghetti, a cura del grande storico Robert Chandler, coadiuvato da Julija Volochova, Il popolo è immortale.
Questo approccio rovesciato non giova al tomo originario che, per chi già conosca i due successivi, capolavori della letteratura novecentesca, rischia di apparire semplice e diretto, quasi una corrispondenza in tempo reale dei primi mesi dell’invasione nazista, che peraltro uscì a puntate fra luglio e agosto del 1942 sulla rivista “Krasnaja zvezda”, il giornale destinato agli stessi combattenti e ai loro familiari. Se avessimo affrontato il trittico finale a partire dal suo vero inizio, saremmo rimasti folgorati dalla potenza ritmica del resoconto, non assimilabile certo a quello di un comune reporter, non foss’altro che per la presenza di uno straordinario sguardo interno, incarnato dal commissario politico Bogarev, impegnato a compiere, nel tumulto del conflitto, la propria educazione sentimentale.
A colpirci non sono soltanto le descrizioni delle battaglie, con gli Stati maggiori accampati nel bosco, i bombardamenti dall’alto e le scariche di artiglieria, l’umanità degli eroi insieme a quella dei disertori, in una mistura inestricabile di enfasi retorica, propaganda, esaltazione e paura, quanto piuttosto gli intermezzi fra un assalto e l’altro, nei quali l’imperturbabilità della natura sembra trionfare cieca in mezzo allo sfacelo. Con una sottile domanda, pronta a insinuarsi tra le pagine, capace di trafiggere la coscienza dell’uomo: che ne sarà dei morti? «Di loro hanno notizia il cielo e le stelle, ed è la terra a sentire i loro ultimi respiri, testimoni delle loro gesta sono la segale non mietuta e gli alberi sul ciglio della strada. Essi riposano nella terra e a vegliarli hanno il cielo, il sole e le nuvole».
Vasilij Grossmann, che si stava preparando a costruire una delle più grandi epopee del mondo moderno, guarda davanti a sé e, chiudendosi le orecchie per non sentire il frastuono dei cannoni, non sa rispondere: «Il sole si alzava frettoloso nel cielo, vecchio giudice di quell’enorme distesa di terra, giudice che non conosce né turbamenti, né passioni, pronto a occupare il suo posto consueto, lassù in alto».
9 settembre 2024

