Il fremito infinito di Romagnoli

Curato da Paolo Lagazzi, con la figlia dell’autrice, Caterina Raganella, un volume antologico riassuntivo della sua opera. Poesia cristiana ma della domanda inevasa, non della sicurezza inossidabile

C’è un fremito infinito nella poesia di Fernanda Romagnoli (1916-1986), una profonda tensione spirituale all’interno della vicenda domestica solo apparentemente semplice e conchiusa che la vide maestra elementare, moglie e madre, una continua speranza spesso tradita eppure sempre riproposta, rivissuta, incarnata, alla ricerca di un Dio silenzioso, assente, forse nascosto, a cui la scrittrice non smette di chiedere, fra bisogno di requie e prepotente inquietudine, nel riscontro costante sulla propria posizione anche mentale: «Non dove sei rivelami ov’io sono».

Sembra prodigioso che tale attitudine lirica, pur maturando dentro il Novecento, non abbia pagato lo scotto dell’alterigia simbolista . Dopo l’esordio tenuamente pascoliano di  Capriccio (1943), la pronuncia si è mantenuta sempre alta, affilata come una spada ma tremante nella richiesta inaudita di verità assoluta. E non poteva essere che Carlo Betocchi, specie nella fase senile, il riferimento ideale. Dobbiamo alla perspicacia di Paolo Lagazzi il merito di aver rilanciato Fernanda Romagnoli alla nostra attenzione in un volume antologico riassuntivo di tutta l’opera, La folle tentazione dell’eterno, curato insieme alla figlia dell’autrice, Caterina Raganella, con nota filologica di Laura Toppan e Ambra Zorat (Interno poesia, 15 euro). Qui troveremo una scelta essenziale, da Berretto rosso (1965) a Confiteor (1973), uscito per la prima volta da Guanda grazie ad Attilio Bertolucci, fino al Tredicesimo invitato (1980), edito da Garzanti, e oltre ancora, in virtù di alcuni notevoli versi postumi.

Poesia cristiana, scrive giustamente Lagazzi, ma dell’esilio in terra. Non della fede tenuta chiusa in cassaforte. Della domanda inevasa. Non della sicurezza inossidabile. Del corpo recluso nei suoi ghetti: «Alla fine / ti lasceranno terra di nessuno: / polvere e cielo smisurato, in saldo». Quando tornerà il padrone, «- cortese, intransigente -», noi affittuari con ogni probabilità avremo «nella tasca il contratto scaduto». Siamo cani nella boscaglia che mentre cercano lasciano sangue sugli sterpi. Il tempo è un ragno e «gli uomini, prede»: sia chi vince, sia chi perde. Questo è bene: «Noi ciechi, ciechi nati. / Invece d’essergli grati».

Eccoci allora: tredicesimi invitati, laggiù in fondo, nella penombra, a mangiare «nel piatto scompagnato ». A cosa serve la libertà se gli sciami che c’inseguono muoiono nel fuoco? «È molto ciò che regala una giornata / di primavera ma non sappiamo spenderlo / né accumularlo, tanto / la sua moneta è in disuso». Il tordo fa vibrare Eliot e Seferis. Declino è un drammatico referto («Frena lo slancio, il folle guizzo: ormai / la corrente è più forte del del salmone»). Ad ignoto ci riporta, io credo, al Paolo ateniese (Atti degli apostoli, 17, 23): «A te, sull’altra sponda / ignaro, approderà col fiato mozzo / questo tremante ramo / di me, scampato al viaggio».

20 settembre 2022