Il Papa: non dimenticare chi è rimasto indietro

Nella Messa a Santo Spirito in Sassia ammonisce sul rischio «che ci colpisca un virus ancora peggiore, quello dell’egoismo indifferente»

Il dopo-coronavirus non deve combaciare con il dilagare di un contagio ben più grave, quello dell’egolatria, bensì deve essere l’occasione per «rimuovere le disuguaglianze» e va vissuto come un tempo di rinascita per «risanare l’ingiustizia che mina alla radice la salute dell’intera umanità». Nella Domenica della Divina Misericordia, celebrata ieri, 19 aprile, Papa Francesco ha lanciato un monito a non scartare nessuno e a non lasciare indietro i più vulnerabili. La pandemia ha messo in luce che siamo «tutti fragili» e non esistono «differenze e confini tra chi soffre».

Papa Francesco di fronte alla chiesa di Santo Spirito in Sassia

Nel ventesimo anniversario della festa istituita da san Giovanni Paolo II il 30 aprile 2000 – in occasione della canonizzazione di suor Faustina Kowalska, religiosa polacca apostola della Divina Misericordia -, Bergoglio ha presieduto l’Eucarestia in forma privata nella chiesa di Santo Spirito in Sassia divenuta nel 1994, con decreto del cardinale Camillo Ruini, centro di spiritualità della Divina Misericordia. Una liturgia celebrata ancora una volta senza la presenza di fedeli per contenere il diffondersi del virus.

Ai primi banchi i concelebranti Rino Fisichella, arcivescovo presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, e monsignor Jozef Bart, rettore di Santo Spirito in Sassia. Quando Papa Wojtyla istituì la festa, rispondeva alla volontà manifestata nel 1931 da Gesù a suor Faustina, destinataria per anni di visioni e rivelazioni annotate nel suo “Diario, e decise di far celebrare in tutta la Chiesa la festa della Divina Misericordia nella prima domenica dopo Pasqua per sottolineare la stretta unione tra il mistero pasquale della salvezza e questa festa a cui Cristo ha legato grandi promesse.

Nell’omelia Francesco ha rivolto un appello alla solidarietà per evitare che «ora, mentre pensiamo a una lenta e faticosa ripresa dalla pandemia» ci si possa «dimenticare chi è rimasto indietro. Il rischio è che ci colpisca un virus ancora peggiore, quello dell’egoismo indifferente – le parole del Papa -. Si trasmette a partire dall’idea che la vita migliora se va meglio a me, che tutto andrà bene se andrà bene per me. Si parte da qui e si arriva a selezionare le persone, a scartare i poveri, a immolare chi sta indietro sull’altare del progresso».

L’emergenza sanitaria che ha investito tutto il mondo deve scuotere dentro, ha affermato il vescovo di Roma, che ha portato come esempio la prima comunità cristiana descritta negli Atti degli Apostoli che viveva nella preghiera e nella condivisione totale dei propri beni. «Non è ideologia, è cristianesimo – ha avvertito il Papa -. In quella comunità, dopo la risurrezione di Gesù, uno solo era rimasto indietro e gli altri lo aspettarono. Oggi sembra il contrario: una piccola parte dell’umanità è andata avanti, mentre la maggioranza è rimasta indietro».

Da qui l’invito a non soffermarsi sugli «interessi di parte» ma a cogliere queste settimane di prova «come un’opportunità per preparare il domani di tutti, senza scartare nessuno ma di tutti. Perché senza una visione d’insieme non ci sarà futuro per nessuno. Usiamo misericordia a chi è più debole, solo così ricostruiremo un mondo nuovo».

Commentando il Vangelo di Giovanni che narra dell’iniziale scetticismo di Tommaso sulla resurrezione di Cristo, per dare poi testimonianza di fede profonda, il Papa ha sottolineato che nella festa della Divina Misericordia «l’annuncio più bello giunge attraverso il discepolo arrivato più tardi. Mancava solo lui, Tommaso. Ma il Signore lo ha atteso. La misericordia non abbandona chi rimane indietro» ma è la mano di Dio sempre pronto a rialzare chi cade.

Francesco è poi tornato su questo tema durante la recita del Regina Coeli, che sostituisce l’Angelus nel tempo pasquale, cogliendo anche l’occasione per lanciare un appello alle istituzioni. «La risposta dei cristiani nelle tempeste della vita e della storia non può che essere la misericordia – ha detto -: l’amore compassionevole tra di noi e verso tutti, specialmente verso chi soffre, chi fa più fatica, chi è abbandonato. Non pietismo, non assistenzialismo, ma compassione, che viene dal cuore. E la misericordia divina viene dal Cuore di Cristo Risorto. Scaturisce dalla ferita sempre aperta del suo costato, aperta per noi, che sempre abbiamo bisogno di perdono e di conforto. La misericordia cristiana ispiri anche la giusta condivisione tra le nazioni e le loro istituzioni, per affrontare la crisi attuale in maniera solidale».

20 aprile 2020