Il saggio di Dewey, bussola per gli insegnanti

Il pioniere dell’«educazione progressiva», a quasi 80 anni pubblicò il testo di una conferenza che ben presto divenne il manifesto della pedagogia moderna: “Esperienza e educazione”. Riflessione ancora oggi illuminante

Interrogarsi sulla scuola, com’è e come dovrebbe essere, significa assumersi la responsabilità del futuro: non solo dei nostri figli. Ogni educatore è un timoniere: orienta la rotta del naviglio umano. Quante parole vengono spese per indicare la via da seguire! Eppure spesso le riflessioni del passato trascorrono come se niente fosse. Le generazioni ricominciano sempre da capo. John Dewey (1859-1952), ad esempio, statunitense, forse il più grande filosofo dell’educazione del Novecento, nella sua lunga vita aveva compreso l’importanza della dimensione corale che l’insegnamento deve avere: pena il solipsismo pedagogico, l’atrofia spirituale della semplice lezione ben fatta.

Per questo diede vita al movimento dell’«educazione progressiva» che si contrapponeva a una didattica basata in modo esclusivo sulla trasmissione dei contenuti scolastici. A quasi ottant’anni, chiamato a fornire una sintesi essenziale del suo pensiero, pubblicò il testo di una conferenza pubblica che ben presto divenne una sorta di manifesto della pedagogia moderna: Esperienza e educazione, da poco ristampato, a cura di Francesco Cappa, da Cortina Editore (pp. 85, 10 euro). È una riflessione ancora oggi davvero illuminante. Il vecchio maestro pone l’accento, prima ancora che sui programmi da svolgere, sul desiderio di apprenderli: in mancanza di tale determinazione, ogni metodo rischia di fallire.

Ma come si fa a stimolare negli alunni la volontà conoscitiva? Bisogna innanzitutto motivarli, cioè renderli protagonisti dell’azione didattica, al punto tale che il docente, invece di mettersi in posizione dominante, come colui che dispensa l’erudizione, dovrebbe diventare «il direttore di attività associate». Invece di incarnare la figura del distributore di traffico concettuale, è interessato a realizzare «un’impresa cooperativa» favorendo la partecipazione dei suoi studenti a un evento di cui loro stessi sono protagonisti. Ciò non significa, da parte del professore, rinunciare alla funzione di guida. Il docente resta quello che conosce i sentieri per giungere in vetta.

Ma, secondo la prospettiva di Dewey, l’ideale sarebbe che, una volta avviato il cammino dei ragazzi, lui scomparisse e loro arrivassero da soli in cima alla montagna del sapere. La struttura portante dell’istruzione italiana, com’è costruita oggi, sembra fatta apposta per ostacolare la realizzazione di questi principi. Esistono, è vero, tante sperimentazioni che li assumono in pieno, ma si tratta di episodi isolati, frutto della spinta di insegnanti speciali, i quali purtroppo vedono spesso mortificati i loro sforzi dalla rete burocratica e amministrativa che li imprigiona. «Tutto ciò che può essere chiamato materia di studio, aritmetica, storia, geografia, scienze naturali, deve essere tratto dal materiale che rientra nell’ambito dell’ordinaria esperienza quotidiana». Dewey lo dichiarò nel 1938.

 

11 dicembre 2014