“La casa sull’acqua”, la voragine della memoria

Il romanzo dell’israeliana Emuna Elon – tradotta per la prima volta in italiano – prende spunto dalla tragedia dei bambini deportati dai nazisti durante la seconda guerra mondiale

Durante la seconda guerra mondiale l’Olanda, occupata dai nazisti, visse una delle sue stagioni più tragiche. Anna Frank, grazie al famoso diario tradotto in ogni parte del pianeta, fece conoscere al mondo intero la sventura a cui andarono incontro tante famiglie ebree che abitavano nella piccola nazione in riva al Baltico. Storie di violenze e massacri. Nel campo di transito di Westerbork affluirono migliaia di deportati che poi venivano indirizzati ad Auschwitz per essere gassati e bruciati: fra questi sventurati resta indelebile il ricordo di Etty Hillesum, una delle più grandi scrittrici del Novecento. Ma, tornando al caso della famosa adolescente segregata in soffitta, si trattò soltanto della punta emergente di un gigantesco iceberg. Duemila e cinquecento bambini ebrei trovarono rifugio presso famiglie cristiane per essere sottratti alla implacabile furia omicida del regime hitleriano. Al termine del conflitto essi furono restituiti ai genitori ancora in vita. Ma cosa accadde ai numerosi che invece restarono orfani? Quasi tutti continuarono ad abitare con chi li aveva accolti e spesso non vennero mai a sapere di essere stati adottati.

Da qui prende spunto il suggestivo romanzo di Emuna Elon “La casa sull’acqua” (Guanda, pp. 348, traduzione di Elena Loewenthal, 18 euro), il cui protagonista, Yoel Blum, esponente di spicco della nuova letteratura israeliana, durante un viaggio in  Olanda, guardando un filmato d’archivio presente al Museo Ebraico di Amsterdam, scopre stupefatto tutti i membri della propria famiglia. Il padre, morto nel lager, la madre e la sorella, sopravvissute e poi emigrate in Palestina. Nel neonato in braccio alla donna però, in quel fotogramma misterioso, Yoel non riconosce i propri lineamenti! «E c’era dell’altro: aveva notato – era impossibile non notarlo – che quel bambino sconosciuto le assomigliava». Eppure non sembrava suo fratello. Yoel si sente quindi chiamato a fare i conti col passato. Sarà una ricerca dolorosa che, complice lo scrupolo documentario, gli metterà di fronte fantasmi ancora attivi.

L’autrice, nata a Gerusalemme nel 1955, tradotta per la prima volta in lingua italiana, alterna scenari che risalgono ai tempi bellici con la cronaca delle minuziose esplorazioni urbane di Yoel, fra canali, botteghe e vecchi alberghi. Questo doppio passo fra l’oscurità degli eventi trascorsi e l’illusorio chiarore del diario di viaggio caratterizza le pagine di Emuma Elon. Le immagini si sovrappongono sostenendo la durata narrativa che vuole tenere accesa l’attenzione del lettore senza sciogliere l’enigma venuto alla luce. Nessuno può accettare se stesso senza avere almeno provato a conoscere la sua terra d’origine. Affondi la mano nella voragine della memoria, vuoi sapere da dove vieni, ma ti accorgi che questo è impossibile, allora stringi nel pugno un mucchio di sabbia che scivola via fra le dita. Così diventi adulto.

16 giugno 2021