Le atmosfere di Vigolo legate alla Città Eterna

Raccolti da Magda Vigilante il capolavoro giovanile La Virgilia e tre raccontini, che confluiscono in Roma fantastica (Bompiani). Una prosa antiquariale, che identifica la realtà sognata e quella vissuta

Quarant’anni fa moriva a Roma, dov’era nato nel 1894, Giorgio Vigolo, indimenticabile evocatore di remote atmosfere legate alla millenaria storia dell’Urbe imperitura, così potenti da conquistare, negli spiriti predisposti, vita propria, sostituendosi all’esperienza concreta, nel segno di una radicale sfiducia nei confronti delle “magnifiche sorti e progressive”. Per ricordare sul campo delle operazioni questa figura di eccentrico poeta, anomalo scrittore e grande critico, purtroppo non sempre riconosciuto, a cui fra l’altro dobbiamo le splendide cure dell’opera universale di Giuseppe Gioachino Belli, possiamo rileggere un prezioso volumetto che qualche tempo fa approntò Magda Vigilante: Roma fantastica (Bompiani, 11 euro), riunendo il capolavoro giovanile, La Virgilia, più volte rielaborato, fino alla definitiva pubblicazione avvenuta poco prima della scomparsa dell’autore, e tre folgoranti raccontini di poche pagine: Arcobaleno in bianco e nero, Il Buonavoglia e Racconto d’inverno.

Il libro, ancora facilmente reperibile, comprende un’incisiva prefazione di Pietro Gibellini, utilissima a rubricare il testo nel canone letterario del Novecento italiano, fra «la densità del  frammentismo lirico vociano» e «la trasparenza della prosa d’arte rondesca», e un microsaggio di Simone Caltabellota, giustamente inteso a ricollocare Vigolo sugli aurei scranni che gli competono.

Nella Virgilia, idealizzazione della giovane fanciulla protagonista, umanista rinascimentale, sul cui sepolcro, conservato in una chiesetta della vecchia via Aurelia, il diarista, insieme a un suo amico tedesco proveniente da Königsberg, deposita tutta la propria inesausta passione visionaria, si ammirano gli scorci vertiginosi attraverso i quali viene sbozzata una città di palazzi e archivi, fontane e piazze, chiese e osterie, in un perpetuo gioco di luci e ombre, vera e magica al tempo stesso, quasi sprofondata nella storia delle arcate macilente che la sovrastano come giganti misteriosi e incomprensibili.

Ma la prosa antiquariale di Vigolo si esalta forse ancor di più nei pezzi brevi, come quelli che ricordano il sogno di Santa Prassede: «La cappella ora somigliava a un piccolo bar, o meglio era il retrobottega di questo piccolo bar sull’Esquilino», coi giocatori di carte, ritratti staccati dai mosaici delle pareti che prendono corpo, fondi d’oro trasformati in personaggi impegnati a fronteggiarsi, giorno e notte, senza mangiare né dormire. Oppure le rievocazioni, stilisticamente pregiate, dei cosiddetti “buonavoglia”, «e cioè i disgraziati che davano se stessi schiavi in catena per pagare le perdite al giuoco». In una finale sostanziale e commovente identificazione della realtà sognata con quella vissuta: «La città che profondissimamente sta sepolta dentro di me, è identica in modo allucinante a questa che è venuta fuori, ora, in così giusto rilievo di mura abitate e di strade».

13 dicembre 2023