Nella sfida italiana alle regole dell’Europa perdono cittadini e imprese

In primavera si voterà per il parlamento europeo. L’avvitamento generale sul “caso Italia” forse può creare danni; certamente – e sarebbe comunque il meno peggio – surriscalda un clima ansiogeno

La deviazione rispetto al piano di rientro dei conti pubblici – ha detto la Commissione Ue – è «senza precedenti». Così non è stato normale che il ministro per gli Affari economici della Ue Pierre Moscovici sia venuto in Italia a consegnare personalmente la missiva di chiarimento al ministro dell’Economia Giovanni Tria. Solitamente le richieste aggiuntive sulle manovre economiche nazionali venivano trattate dagli uffici tecnici di Bruxelles e delle Capitali interessate. Ed è la prima volta in venti anni che l’Unione europea rimanda indietro un piano governativo chiedendo di cambiarlo in tre settimane. Dopo che poche ore prima il ministro Tria, sospinto dall’intero governo, aveva confermato per l’anno prossimo un deficit nominale del 2,4% del Pil, il prodotto interno lordo che misura il valore della produzione di beni e servizi in un anno, rispetto a un obiettivo precedente dello 0,8%. E l’aumento del deficit strutturale dello 0,8% del Pil, rispetto a un impegno di una riduzione dello 0,6 percento.

«Non potevamo fare diversamente, ci dispiace», hanno detto i responsabili economici europei fissando i tempi di consegna della nuova manovra. «Andiamo avanti per la nostra strada» è stata la replica dei vertici italiani. È prevedibile che per tre settimane si alterneranno accuse e contraccuse, spread (cioè la differenza di rendimento fra i titoli decennali pubblici italiani e della Germania) ballerini, Borse in prevalente caduta come era stato previsto prima dell’estate. Mentre si chiude pian piano l’ombrello protettivo della Bce (la Banca centrale europea) che in questi anni ha potuto comperare titoli di Stato di vari Paesi contenendo i balzi dello spread.

Ci sono abbastanza elementi – già oggi – per poter osservare che è in atto un avvitamento di posizioni, in primo luogo nella riaffermazione di ruolo e di principio della Commissione Ue che non vuole avere Paesi troppo disobbedienti ai principi comuni fissati nei vari documenti di stabilità. Il condominio Europa, dove certo alcuni proprietari di grandi appartamenti costruiti e acquistati fin dall’inizio sono in grado di far sentire maggiormente la loro voce, si regge su alcune regole e diverse flessibilità. Tutte finora condivise. Ai condomini viene chiesto di non avere debiti eccessivi, di ricondurli secondo piani graduali ma predefiniti entro il 60% del Pil, di accettare sanzioni in caso di irregolarità e anche di condividere parti comuni di giustizia europea.

Ora un residente di tutto rilievo come l’Italia, da sempre nel condominio con un buon peso specifico industriale e regolare nel pagamento delle spese annuali, ha annunciato una «forte deviazione» dai piani di rientro. Propone una ricetta di spesa pubblica, convinto che soltanto un’espansione economica alimentata con i soldi dei cittadini possa in pochi anni riequilibrare i bilanci annuali e, nello stesso tempo, il rientro dallo stock di debito accumulato. I compagni di strada del progetto europeo sospettano che le uscite siano certe e le entrate incerte. Lo dice anche un sovranista convinto come Sebastian Kurz: «L’Austria non è disposta a pagare i debiti degli altri Stati».

Con i toni che si stanno alzando, la “sfida italiana” potrebbe diventare molto politica giocata dai movimenti “first” (cioè l’interesse dei residenti storici prima di tutto e tutti) che hanno vinto in BritainFirst, UsaFirst, UngheriaFirst e così via. Nella primavera prossima si voterà per il parlamento europeo. Il rischio è che nei prossimi mesi il “caso Italia” venga alimentato anche dalla Commissione europea e dalla maggioranza uscente riproponendo formiche contro cicale, virtuosi contro spreconi, centro contro periferia. L’avvitamento generale sul “caso Italia” forse può creare danni (incertezza e quindi rallentamento economico, meno occupazione); certamente – e sarebbe comunque il meno peggio – surriscalda un clima ansiogeno di cui cittadini e imprese non sentono il bisogno. (Paolo Zucca)

24 ottobre 2018