«Notizie dal mondo», la lezione di Philip Levine

Lo scrittore e poeta statunitense scomparso qualche mese fa, lavorò come operaio nelle officine di Detroit per poi raccontare l’epopea del Novecento

Lo scrittore e poeta statunitense scomparso qualche mese fa, lavorò come operaio nelle officine di Detroit per poi raccontare l’epopea del Novecento

Philip Levine, scomparso qualche mese fa a 87 anni, era figlio di ebrei russi emigrati negli Stati Uniti. Perse il padre da bambino. Fu la madre che ne sostenne l’ambizione letteraria. I libri di Walt Whitman («il mio antico eroe») lo segnarono in profondità: soprattutto l’idea che si potesse trovare la propria voce interiore scavando nella vita quotidiana, anche minuta, tra le «foglie d’erba», per l’appunto. Cerchi una tromba per suonare l’inno nazionale? Ti basta guardare a due passi da te.

Il luogo dove abiti: Detroit. Nella città di Henry Ford, l’uomo che forgiò il tempo con le sue mani, Levine scopre se stesso, lavorando come operaio nelle grandi officine, coi finestrini scheggiati, sotto il cielo nero di fuliggine che nasconde le stelle degli antenati. Tale consapevolezza non gli fa reclinare il capo nell’indulgenza sentimentale. Lo spinge piuttosto verso i compagni di viaggio: storditi dalla fatica e tuttavia animati da una specie di fervore. Sin dalle pagine iniziali della sua ultima opera poetica, Notizie del mondo (Mondadori, pp. 157, 18 euro, traduzione di Giuseppe Strazzeri), Levine mette agli atti due notevoli intuizioni. La prima è una secca contrapposizione alla retorica in stile Woody Guthrie: «Devi ricordarti che questa non è la tua terra. / Non è di nessuno, come il mare accanto a cui vivevi un tempo / pensando fosse tuo».

La seconda, raccolta come un diamante sulle rive del Baltico, dove salparono i suoi padri emigranti in America, è la perenne lezione dell’oceano: «Le onde portano fuori / e niente torna indietro». In questi splendidi versi alcuni personaggi restano indelebili: il vecchio zio diviso fra i ricordi ancestrali della madre Russia, con la baracca e i lupi ai margini del bosco, e il destino dell’Autoricambi, «chino sul mestiere sbagliato / nel posto sbagliato»; il fratello maggiore, tornato dalla Seconda guerra mondiale, carico di silenzio mentre cammina accanto al più piccolo rimasto a casa, «tenuti insieme da ciò che non possiamo condividere»; gli amici di stagioni trascorse che sembrano ferite inguaribili nella memoria. La poesia finale, Magia, risulta in questo senso forse la più bella. Philip Levine parte da un luogo oggi non più attivo, il Michigan Central Terminal, che chiunque di noi può vedere cliccando su Google, nei cui pressi da ragazzo aveva lavorato portando a spasso gli animali di un circo.

Quella vecchia stazione ferroviaria era stata il teatro della sua giovinezza, al tempo in cui scaricava casse di liquore nei magazzini adiacenti. Gli albanesi si azzuffavano con gli irlandesi, i semiarticolati parcheggiavano su Fort Street e il vecchio Carey suonava la musica leggendaria di Lester Young. Era un mondo in cui un peso medio messicano ti poteva prendere a pugni solo perché avevi detto che si può scrivere “cattolico” senza “C” maiuscola, al quale i nipoti del poeta mostrano di non credere. Tutto finì di colpo quando Carey partì per la guerra di Corea. Tornò e fece a pezzi i suoi vecchi 78 giri.

 

23 novembre 2015