“Particolare” e “universale” alla luce della Scrittura

Nella Sala Baldini in primo appuntamento del cammino di fraternità tra ebrei e cristiani promosso da Comunità ebraica e diocesi di Roma. Protagonisti: il cardinale de Mendonça e il rabbino capo Di Porto

Leggere l’Antico Testamento per comprendere meglio la complessità del nostro tempo e lasciare che la Scrittura illumini la strada della conoscenza. È questa la sfida del cammino di fraternità alla riscoperta della Parola di Dio iniziato lo scorso novembre e organizzato dalla Comunità ebraica e dalla diocesi di Roma. Ieri pomeriggio, 9 gennaio, nel primo appuntamento del percorso per il 2023, nella Sala Baldini di piazza Campitelli, il cardinale José Tolentino de Mendonça e il rabbino capo Ariel Di Porto hanno dialogato a partire dai concetti di “particolarismo” e “universalismo”. Al centro della riflessione il tentativo di leggere l’”identità particolare” e l’”appartenenza universale” alla luce della Sacra Scrittura.

«Nella Bibbia ho imparato che la comprensione non è un punto di arrivo ma un processo di incessante ricerca», ha iniziato il cardinale. E la novità per eccellenza è proprio la Scrittura, che rivela sempre «paesaggi» inesplorati, spiragli che, se letti in profondità, aprono sentieri di fraternità tra le religioni. «È questa la sua potenza rivelatrice, che ci porta, ebrei e cattolici, dove non sapevamo di poter arrivare». De Mendonça ha esposto due «indicazioni di fondo» ricavate dalla Bibbia ebraica, entrambe «feconde per esaminare alcune delle grandi questioni che agitano il nostro presente». La Sacra Scrittura, ha continuato il cardinale portoghese,«ci dice che se il particolarismo estremo è una patologia, il particolare è invece una condizione costitutiva dell’esperienza storica». A questo ha aggiunto che «l’universale non può essere considerato come annullamento della differenza, ma come concorso delle pluralità in direzione dell’universo». L’immagine che resta impressa è quella concreta dei «due luoghi biblici» citati dal cardinale, in cui si abbracciano il particolare e l’universale.  E i due temi in questione sono «la tavola e il resto».

La prima provocazione mette al centro “la tavola” e suggerisce come sia necessario «occuparsi di essa e delle abitudini conviviali». Un’idea forse straniante, ma subito più chiara per chi ha dimestichezza con la Scrittura se si considera, dice De Mendonça, che «nel codice alimentare è scritta una grammatica simbolica dell’umano». Insomma la meditazione sul “sapore”, sia nel cristianesimo che nell’ebraismo, «serve ad approfondire il programma universale della salvezza di Dio, a partire da un’identità particolare che ha a che fare con la nostra storia». La tavola porta in sé l’esperienza del “particolare”, ma può diventare anche «transfrontaliera, aperta, uno strumento spirituale sociale per pensare nuove reciprocità, dentro una nuova prospettiva del particolare e dell’universale». Nei pasti si declina il particolare, ma allo stesso tempo «si insinua l’universale».

La figura del “resto”, invece, è un altro sentiero che l’Antico testamento offre per pensare questo rapporto che è solo all’apparenza dicotomico. La Bibbia abbraccia l’esperienza di un popolo la cui storia è costituita essenzialmente nel suo rapporto con Dio ed è proprio nel concetto di “resto” che si delinea «un soggetto particolare portatore di una missione universale».

Il rabbino capo Di Porto ha iniziato invece citando il dialogo silente tra Platone e Aristotele nella “Scuola di Atene” di Raffaello, che affresca la Stanza della Segnatura nei Palazzi apostolici vaticani. «Concentriamoci sulle loro mani. Quella di Platone è rivolta verso l’alto, mentre quella di Aristotele verso il basso», ha spiegato. «Platone sta dicendo al suo allievo che se cerca la Verità, non deve rivolgersi alla realtà empirica, caratterizzata dal particolare», ma lo sguardo «deve essere rivolto all’iperuranio, guardare l’alto». Dunque l’unica soluzione sembra essere la ricerca di una “verità universale”, di una «cultura universale». Il passaggio dal particolare all’universale sembra riflettere anche il cammino dell’umanità, dal tribalismo alle nazioni. La particolarità quindi sembra essere «fonte di conflitti», mentre l’universalità pare «rappresentare armonia e pace». Ma c’è un grande rischio insito in questa concezione di superiorità dell’universale, perché, se ci si ritiene superiori agli altri, questo «universalismo rischia di diventare imperialismo».

Il rabbino ha individuato poi nelle esperienze del cristianesimo e dell’islam due tentativi di riaffermare una identità universale, che hanno portato nei secoli a «scontri periodici per l’idea di voler affermare una unica religione, una unica Verità». Simile il riferimento all’illuminismo, che ha provato a mettere al centro l’«universalità della ragione». E proprio in questi momenti «gli ebrei hanno sofferto di più, perché alcune visioni del mondo hanno spazzato via le tradizioni, hanno portato all’estinzione delle forme di vita più deboli». L’annullamento delle differenze è dunque un pericolo anche sociale, perché nell’abbattimento del particolare, quello che avviene è una «controreazione, che fa rinascere razzismi ed estremismi». Proprio per questo, secondo Di Porto, è fondamentale la riflessione in corso riguardo l’approccio della Bibbia ebraica ai concetti di particolarismo e universalismo. «Nella Torah il soggetto non è da subito il popolo d’Israele, perché la Bibbia comincia con la Genesi», con «l’archetipo dell’essere umano», e va dunque dall’universale al particolare. Si può dire, ha aggiunto, che il «popolo ebraico è stato chiamato per insegnare all’umanità la dignità della differenza», e l’unico modo per evitare uno scontro di identità è «trascendere le differenze», considerando che Dio «ha posto la sua immagine in ciascuno». Un Dio universale e infinito che ha con il suo popolo un rapporto assolutamente particolare.

Insomma, due approcci differenti sulla Scrittura, quello cristiano e quello ebraico, che però leggono su una filigrana ben evidente che ogni scontro, ogni crisi sarebbe risolvibile se solo si avesse come orizzonte la dimensione dell’amore. Nell’amore si comprende cosa siano il particolare e l’universale, ovvero due espressioni necessarie dell’esistenza. Le diversità derivano, in fondo, ha aggiunto il cardinale, dal ritenere l’universalismo «come un assolutismo fanatico e il particolarismo come identità autoreferenziale».

10 gennaio 2023