Scuola e vita di classe, «non stiamo sui giornali»

Cronache ordinarie di discussioni sui social tra i ragazzi e di confronto on line con i professori. Parole chiare anche da parte degli alunni

Sabato pomeriggio, verso le cinque mi arriva una mail. Riconosco il nome dell’alunna rappresentante, visto il giorno e l’ora già capisco. «Buonasera prof, le scrivo a nome della classe. La maggioranza di noi le voleva chiedere se potrebbe spostare la discussione orale di lunedì». Sorrido e ovviamente non rispondo. Sul perché non l’abbia fatto, almeno in questa sede, occorre qualche spiegazione. Andiamo per ordine.

Anzitutto di cosa dovevamo discutere. Avevo messo in programma da tempo, e con le eccezioni date dalla anormalità del periodo, un giro di discussione (non le chiamo nemmeno interrogazioni) su un modulo di letteratura. Avevamo concordato tempi, programma, il come avremmo discusso: in pratica una chiacchierata.

Poi il messaggio di sabato. Quel «le scrivo a nome della classe» unito a «la maggioranza della classe» sommato al giorno e l’ora del messaggio (sabato pomeriggio) indicava indubitabilmente questo scenario: terminata la settimana, preso finalmente in mano il programma per lunedì, i ragazzi avevano passato il sabato mattina ad azzuffarsi sulla chat, dividendosi tra quelli coscienziosi che avrebbero discusso come previsto e quelli che avrebbero procrastinato ben volentieri.

Infine la mia mancata risposta. Su questa ci sarebbe stato poco da eccepire, lunedì, quando li avrei rivisti. Avrei ricordato loro un principio base: le questioni importanti della vita di classe (e stabilire se ridefinire o no un’attività di verifica è una questione importante) si discutono sempre insieme e in presenza, i messaggini a distanza al massimo per chiarire se portare per l’indomani quello o quell’altro manuale.

scuola a distanza, ragazzo studia a casaArriva infine lunedì mattina. Si collegano tutti, e pur guardandoli su uno schermo, come accade anche in presenza in casi come questo, c’è il silenzio del redde rationem. Io non perdo tempo e inizio il mio pistolotto con il solito «ho ovviamente letto il messaggio, non vi ho ovviamente risposto, ovviamente sapete perché». La rappresentante interviene: «sì, infatti prof lo sapevamo che non aveva senso scriverle, poi di sabato. Però abbiamo litigato in chat e alla fine le abbiamo scritto. Ma non tutti eravamo d’accordo». Quest’ultima sottolineatura toglie il tappo e molti iniziano a intervenire, alzando i toni.

Io li lascio discutere fino a quando mi pare si sia sul punto di andare troppo oltre, quando in chat mi arriva un messaggio: «Posso intervenire prof?». Si tratta di un’alunna silenziosa, molto timida ma con le idee chiare. Blocco tutti: «Facciamo intervenire Aria. Aria interviene, e come spesso accade le bastano poche parole: «Raga, secondo me stiamo dicendo un sacco di scemenze. Non tanto la discussione, ognuno ha le sue idee, ma i modi. Sia sabato che oggi sembra che stiamo sui giornali, in televisione. Ma mica noi siamo i giornali, mica noi siamo la televisione».

La questione infine, si risolve. Da quanto ho saputo, credo che quelli che si sono scontrati sabato abbiano fatto anche pace. Lo stesso giorno, finita la lezione, ho aperto i giornali on line. La situazione del Paese, i problemi enormi, le soluzioni piccole, l’aggressione dell’altro, la vicenda di Silvia Romano. No ragazzi, non dobbiamo diventare come quei giornali e quella televisione, andiamo a scuola soprattutto per questo.

13 maggio 2020