Dialogo scuola-famiglia, servono adulti credibili

Gli adolescenti per crescere hanno bisogno di essere messi alla prova, altrimenti possono esplodere in gesti imprevedibili e dirompenti che, dietro la rabbia, nascondono la frustrazione

Quanto sta accadendo al Liceo Virgilio di Roma, dal crollo del solaio all’occupazione studentesca fino alle più recenti polemiche innescate anche dallo scoppio di alcuni petardi in cortile e dalla presenza dei cani antidroga, sembra la conferma ulteriore di una crisi educativa in corso da decenni il cui epicentro resta sempre la scuola: in quale altro luogo infatti l’adolescente è chiamato a entrare in rapporto con l’adulto che non sia un componente della propria cerchia domestica? Lo scollamento fra mondo dell’istruzione e famiglie sembra essere diventato talmente forte da aver trasformato la professione dell’insegnante, il quale non può essere più soltanto colui che consegna il contenuto culturale della tradizione. Se si limitasse a far questo, uscirebbe dall’aula con le ossa rotte.

Gli adolescenti per crescere hanno bisogno
di essere messi alla prova, altrimenti possono esplodere in gesti imprevedibili e dirompenti che, dietro la rabbia, nascondono la frustrazione. In tal senso io credo che oggi un docente sia molto più solo di quanto non fosse don Lorenzo Milani a Barbiana: se uno dei suoi piccoli allievi andava dalla madre a lamentarsi perché il priore gli aveva dato un “nocchino” (a Roma noi diremmo uno scappellotto), lei rispondeva piccata dicendo al figlio che gliene avrebbe affibbiati due. Pareva scontato, persino in ambienti poveri e difficili com’era il Mugello degli anni Cinquanta e Sessanta, che il maestro potesse contare sull’appoggio dei genitori. Adesso invece i docenti, in molti casi, sono costretti a fronteggiare l’opposizione delle famiglie, le quali a volte pretendono di entrare nella delicatissima e spinosa questione valutativa minando di fatto l’autorevolezza degli insegnanti. Questi ultimi diventano controfigure chiamate a recitare ruoli pericolosi: dire di no ai ragazzi e soprattutto incarnare i limiti che essi non dovrebbero superare.

Dobbiamo ristabilire un dialogo costruttivo
fra scuole e famiglie: ma tale affermazione rischia di essere soltanto una frase fatta. Per metterla in pratica dovremmo disporre, fuori e dentro l’aula, di adulti credibili. E chi sarebbero queste persone tanto spesso invocate dai mass media e nelle conferenze di esperti accademici? Agli occhi di un giovane risulta affidabile soltanto un educatore che ha effettuato una scelta nella vita. Non uno ancora indeciso sulla strada da imboccare. Men che mai l’individuo sospeso fra il presente, nel tumulto degli eventi, e il passato, magari rimosso. Non il prigioniero del proprio desiderio, bensì il sovrano delle sue passioni. Chi è in grado di governare se stesso, prima ancora che gli altri. Uno che ha pagato per gli errori compiuti e ne reca in viso i segni. I ragazzi, posso assicurarlo, su questo punto hanno un fiuto straordinario: appena percepiscono nell’adulto di fronte a loro la medesima fragilità umana contro la quale sono impegnati a combattere, fuggono a gambe levate e magari, prima di farlo, lasciano anche qualche marchio indelebile non sempre gradevole.

L’azione scolastica richiede un coinvolgimento di tutte le agenzie educative: in caso contrario sarà sterile e vana. Per superare gli ostacoli che abbiamo indicato non basterà riscrivere i programmi, elencare gli obiettivi, ridefinire le competenze: questa è soltanto cosmetica pedagogica. I docenti sono chiamati all’esercizio di una responsabilità molto più significativa: da una parte ripristinare le gerarchie di valore nel grande mare informatico, illuminando per i loro allievi il sentiero da percorrere; dall’altra riempire il gigantesco buco etico nel quale pare che ognuno di noi sia sprofondato. Si tratta di un compito troppo vasto e gravoso per assegnarlo a una sola categoria.

27 novembre 2017