“Verso Bisanzio” di Yeats, tesori preziosi da versi affascinanti e ostici

Bisanzio rappresenta l’unità spirituale che da ragazzi inutilmente cerchiamo e, se siamo fortunati, possiamo soltanto intuire scrutando dalla scogliera il volo degli uccelli

Torna, in una nuova scelta antologica e traduzione di Roberto Mussapi, il grande William Butler Yeats (1865–1939): quello di Verso Bisanzio (Feltrinelli, pp. 194, 9,50 euro), della Torre e delle ultime poesie scritte quasi per rubarle al tempo che pareva volersi trascinare via tutto. Ostico ma affascinante, bisognoso di attenzione e pazienza e tuttavia in grado di dispensare tesori preziosi. Emozioni uniche.

Segni indelebili. Fu lui a indicare a tutti noi la vera strada da percorrere quando l’ebbrezza della gioventù cede il posto all’età matura, al tempo in cui «un vecchio non è che una piccola cosa, / un abito stracciato su una canna» (assai meglio che «un lacerocappotto su un bastone» come recitava la versione che finora conoscevamo di Ariodante Marianni). Certo il verso originale possiede una fattezza irriperibile in lingua italiana: «A tattered coat upon a stick», con quel singulto controllato che ci commuove perché nel rigore della pronuncia conserva la dolcezza dell’umanità, ma è sempre così in poesia. Superati i sessant’anni, quanti ne aveva il poeta nel momento in cui compose questi versi immortali, l’obiettivo sarà piuttosto quello di arrivare a conoscere «l’artificio dell’eternità» – non la triste saggezza di chi dice addio al desiderio nel nome di un pensiero astratto e magari rancoroso, bensì la tracotanza consapevole del «vecchio imbecille appassionato», secondo il finale di Preghiera per la vecchiaia.

È proprio vero: «That is no country for old man». «Questo non è un paese per vecchi», come hanno ripetuto anni fa i fratelli Coen nel loro film capolavoro. Bisanzio rappresenta quindi l’unità spirituale che da ragazzi inutilmente cerchiamo e, se siamo fortunati, possiamo soltanto intuire scrutando dalla scogliera il volo degli uccelli.

Quante ore avrà trascorso il poeta sotto la nuda cima del Ben Bulben, a Sligo, davanti all’Oceano Atlantico, dove poi volle essere sepolto? Tante di sicuro, altrimenti non sarebbe riuscito a scrivere il suo straordinario omaggio lirico all’aviatore scomparso in guerra mentre si lanciava in un «solitario impulso di gioia» nel «tumulto delle nuvole». Era nient’altro che il simbolo, quel giovane eroe ispirato a un personaggio vero, della vita che attende ognuno di noi: «Ho soppesato, valutato tutto, / gli anni futuri solo fiato disperso, / fiato disperso gli anni alle spalle / in equilibrio con questa vita, questa morte». Anche qui, leggiamo l’originale: «A waste of breath» per sentire il vento freddo che passa fra i capelli e ci lascia muti seduti sul sasso.

Dici Yeats ed è come seconvocassi tutta l’Irlanda ai tuoi piedi: draghi, fanciulle, furfanti e antiche sapienze druidiche, i mondi fatati capaci di governare le fasi della luna, dove la cultura si fonde in un tutto unico, magico, religioso, neoplatonico, astrologico. Solo attraversando queste visioni, dopo aver accettato la scomparsa delle persone care, capiremo fino a che punto la morte è un’invenzione dell’uomo riuscendo finalmente ad essere «ignoranti come l’aurora». Allora sì potremo alzare lo sguardo in cielo per ammirare i cigni selvatici di Coole senza temere di non ritrovarli splendenti e gagliardi come li ricordavamo.

Arriverà il momento che non ci saremo più, ma se avremo portato a termine questo lavoro interiore, che è in fondo quello richiesto dalla letteratura, «i vivi sembreranno più ombre delle nostre ombre».

 

15 ottobre 2018