“Vincoli” di Kent Haruf, la letizia superstite di chi non si arrende

Nel romanzo d’esordio tutti i temi che saranno al centro della Trilogia che tanto riscontro ha avuto anche in Italia. Con la cifra di continua sottrazione narrativa

Il primo libro per ogni scrittore rappresenta meglio di quelli che verranno dopo il carattere distintivo, mostrandolo nella sua accensione iniziale: così accade anche per Kent Haruf, che pubblicò The Tie That Binds nel 1984, quando aveva quarantuno anni. Questo romanzo d’esordio, ristampato da Nn nella traduzione di Fabio Cremonesi con il titolo Vincoli. Alle origini di Holt (pp. 260, 18 euro) anticipa infatti i temi e la sensibilità che saranno al centro della Trilogia ( Benedizione, Canto della pianura e Crepuscolo) che tanto riscontro ha avuto anche in Italia: la solitudine inconsolabile di una donna che ha soffocato la propria gioventù nella profonda provincia americana, senza riuscire a tirarsi fuori dalla trappola che la vita aveva preparato per lei.

Holt, la mitica cittadina che diventerà il fondale caratteristico delle opere future, è già tutta qui, come una sostanza vischiosa in grado di impedire qualsiasi maturazione: Edith e Lyman, sorella e fratello, sembrano prigionieri del padre, furente e rancoroso specialmente dopo l’incidente di lavoro a una macchina agricola che lo ha trasformato in un invalido. Né l’una, né l’altro sapranno emanciparsi dalla sua tutela: la ragazza sarà costretta a respingere l’amore sincero del vicino di casa, il cui figlio si prenderà la briga di raccontare la storia; il giovane, dopo una serie di viaggi inconcludenti e vani, tornerà a testa bassa sprofondando nella depressione. Edith dovrà assisterlo sino alla stazione estrema: l’incendio finale. L’arrivo dei pompieri e dell’ambulanza richiamerà perfino qualche giornalista, attirando per un momento l’interesse del mondo nei confronti di quella colonia di persone disperate, ma la verità drammatica resterà con ogni probabilità nascosta alla loro vista perfino dopo il processo che verrà intentato contro l’ormai anziana protagonista.

Vincoli ci fa capire il lavoro che ha fatto Haruf, fuori e dentro se stesso, per raggiungere la rastremazione stilistica stupefacente che abbiamo ammirato nella trilogia: una continua sottrazione narrativa, ottenuta quasi per consunzione. Alle origini di Holt, adesso ce ne rendiamo ben conto, c’era un nodo spinoso legato all’immobilità spirituale, all’inazione di matrice faulkneriana a sua volta radicata in Cechov. Vicende di antichi coloni lanciati verso ovest che si fermano lungo la strada edificando una casa nella prateria. Il nido primario destinato nel tempo a ospitare nel proprio seno il groviglio emotivo da cui nasceranno crimini e amori. Il personaggio di Edith,prototipo sentimentale, possiede in sé sia lo splendore luminoso della promessa giovanile sia la progressiva disillusione della vecchiaia: sappiamo quanto Haruf abbia in seguito dato il meglio di sé nel raffigurare queste età dell’esistenza mettendole spesso in stretto contatto, come elettrodi magnetici in grado di suscitare dolcezze e tensioni.

Poi c’è l’evocazione del paesaggio vuoto e desolato, appena segnato dall’irruzione umana, una lastra indimenticabile di sogni perduti e progetti falliti, dove individui della nostra specie cercano con ogni buona volontà di costruire un senso pieno uscendo quasi sempre sconfitti. Cavalli selvaggi sotto lune piene. Rodei e high school. Eppure la forza dello scrittore sta tutta nella sua capacità di far emergere la letizia superstite di chi non si arrende e sembra continuare a chiedere al lettore un’impossibile udienza.

14 gennaio 2019