“I bambini di Moshe”, le storie di piccoli reduci dai lager

Nel libro di Sergio Luzzatto il racconto di centinaia di piccoli di mezza Europa riuniti e salvati da Moshe Zeiri, ebreo galiziano arruolatosi nell’esercito britannico per combattere il Führer

La prima volta che sentii parlare della colonia mussoliniana di Selvino, nelle valli bergamasche, stavo facendo il servizio militare di leva proprio in quelle zone. Qualcuno mi disse che nell’ex stazione climatica montana dopo la fine della guerra erano stati ospitati tanti bambini ebrei sopravvissuti alla Shoah. Essendo nipote di un partigiano fucilato dai nazisti e figlio di una donna sfuggita alla deportazione, fui incuriosito, così durante una libera uscita presi l’autobus e mi recai nei pressi del vecchio palazzo che trovai sporco e abbandonato.

Dopo tanti anni ecco adesso un libro importante composto da Sergio Luzzatto sullo spunto di quella straordinaria vicenda storica: “I bambini di Moshe” (Einaudi, pp. 393, 32 euro). Centinaia di piccoli reduci dai lager di mezza Europa riuniti e salvati da Moshe Zeiri, ebreo galiziano arruolatosi nell’esercito britannico per combattere il Führer, i quali riprendono fiato e colore negli stessi luoghi che il Duce aveva pensato come parchi ricreativi ad uso esclusivo delle famiglie fasciste.

Basterebbe questo per spingerci a leggere il testo. Chiunque lo affronti non può che restare avvinto dalla miriade di storie, anche fotografiche, intrecciate con quella del protagonista, che già da sola varrebbe la narrazione, in un costante flusso del tempo e dello spazio: dal cuore di tenebra dell’Europa totalitaria alla tregua italiana, in senso leviano, fino alla difficile rinascita in Eretz Israel.

Sergio Luzzatto
Sergio Luzzatto

A Sciesopoli, come si chiamava l’antico orfanotrofio, i bambini cercavano di curare le profonde ferite che avevano riportato nei campi: furono pochi anni d’intensità sconvolgente nel tentativo di ripristino della civiltà umana uscita sfregiata proprio attraverso di loro. Che lo sapessero oppure no, questi piccoli eroi furono l’avanguardia di una risposta vitale allo scempio subito che era stato di qualità e dimensione inusitate.

Per comprendere lo sfacelo interiore causato dalle violenze inferte ai bambini basta leggere i romanzi di Ahron Appelfeld, recentemente scomparso e non a caso spesso citato da Luzzatto: l’ultimo dei quali è stato appena pubblicato da Guanda: “Giorni luminosi”. La possibile cura assumeva una forma verbale già in Lombardia attraverso l’ebraico, la lingua della vittoria (come sopravvivenza), del tradimento (rispetto allo yiddish, profanata culla materna), delle armi, del futuro e della redenzione (nella nuova prospettiva sionista). Senonché l’arrivo nella Palestina del mandato britannico, prima della proclamazione dello Stato di Israele, per questi profughi fu complicato: non solo perché all’inizio i ragazzi vennero richiusi in altri campi (prima Cipro, poi Atlit), ma in quanto la vita nei kibbutz rischiava di non mantenere le annunciate promesse di libertà.

Del resto, sin dall’inizio i reduci dovettero combattere contro le sacrosante rivendicazioni arabe, fronteggiando anche i sospetti dei sabra, cioè gli ebrei nati in Palestina, molti dei quali non riuscivano ad accettare l’idea che il massacro nazista non avesse trovato adeguata resistenza da parte loro. Quest’opera di Sergio Luzzatto, al pari delle sue precedenti frutto di un lungo lavoro di documentazione sia in archivio sia sul territorio, ci conferma che la migliore letteratura italiana contemporanea è quella che scompagina la divisione dei generi, fuori dagli specialismi, senza rinunciare al rigore e alla vivacità espressiva.

29 gennaio 2018