Giovani, l’ardua strada dell’incontro

La fatica di diventare adulti e la strada indicata da Francesco nel presentare il prossimo Sinodo, ardua e rischiosa», che passa dallo stare insieme, dalle contaminazioni. La prima sfida: esporsi

Ci sono tanti modi di avere 16 anni: uno è quello di Claudio che la mattina va in classe, il pomeriggio frequenta una palestra e la sera sta al computer; l’altro è quello di Rabìn che dal Bangladesh ha raggiunto il nostro Paese dopo aver lavorato quasi gratis in un supermercato di Tripoli: il primo quando arriva l’estate è contento perché finalmente può andare in vacanza nel campeggio con gli amici; il secondo si sente triste perché nel centro di accoglienza per minori non accompagnati dove adesso vive, nell’estrema periferia della Capitale, non sa più cosa fare: la scuola è chiusa, la città deserta, molti suoi compagni lavorano; non lui, ancora troppo piccolo. Essere giovani oggi: questa frase vuol dire tutto e il suo contrario; dipende da dove nasci, in quale modo sei cresciuto, chi sono i tuoi genitori, ammesso e non concesso che ci siano e si occupino di te. Ma una cosa resta sempre uguale: la carica di futuro che hai dentro e ti spinge in avanti. Verso quale direzione?

L’energia da cui ricavi alimento può configurarsi come una promessa, un peso, una speranza, l’annuncio del temporale. Tale molteplicità non conosce confini, nel senso che la giovinezza può diventare disperata anche da noi: basti pensare a Giorgio, chiuso in se stesso, che da quando è stato bocciato non esce più di casa e resta bloccato di fronte allo schermo il giorno intero giocando coi combattenti interstellari una battaglia senza fine di astronavi giganti, lune meccaniche ed esplosioni catastrofiche. Per contrapposizione speculare, prendiamo Mohamed che dall’esterno potrebbe essere considerato un poveraccio sfruttato dal suo datore di lavoro: sfacchina mattina e pomeriggio in officina con le mani sempre sporche di grasso, con ogni clima, al freddo o al caldo sotto al capannone spoglio, ma lui, invece di abbattersi sfiduciato, ride sfacciato perché ha finalmente firmato il primo contratto come apprendista meccanico, il sogno della sua vita.

Un tempo questi squilibri avevano un nome preciso: ingiustizie sociali, diritti non garantiti, mancato rispetto della famosa uguaglianza delle posizioni di partenza. Ora, dopo la fine delle utopie novecentesche e l’avvento della globalizzazione, le diamo per scontate, come se fossero eventi naturali: i raggi roventi del sole, lo scroscio della pioggia. Coi ragazzi si riparte da capo: ognuno di loro rappresenta un nuovo inizio. Eppure i temi da svolgere sono sempre gli stessi. Il rischio maggiore di questa epoca sembra essere la solitudine che si presenta in forma inedita ma è una vecchia conoscenza. Come superarla? Se Giovanni giocasse a pallone con Rabìn, se ne avvantaggerebbero entrambi. Se Giorgio diventasse amico di Mohamed, sarebbe il massimo. Favorire questi incontri non è facile anche perché gli adulti, in un modo o nell’altro, tendono ad ostacolarli.

Abbiamo paura delle contaminazioni, del meticciato, della promiscuità. Allora, invece di esporci, preferiamo riunirci sotto un unico stemma che ci rappresenta e rassicura. Ma il Papa, nel presentare il Sinodo dei giovani, ha indicato un’altra strada, assai più ardua e rischiosa: i cattolici devono stare insieme agli agnostici. Solo così gli adolescenti diventeranno adulti.

27 luglio 2018