Restaurate le catacombe di Marcellino e Pietro
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Restaurate le catacombe di Marcellino e Pietro

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I lavori realizzati grazie alla fondazione presieduta dalla firs lady dell’Azerbaijan. Il cardinale Ravasi: «Battistrada per il successivo dialogo interreligioso»

Un monumento cristiano torna agli antichi splendori grazie all’impegno di un Paese islamico: ed è la prima volta che accade nella storia. Gli affreschi delle catacombe dei martiri Pietro e Marcellino, lungo la via Casilina a Roma, sono stati infatti restaurati grazie alla fondazione “Heydar Aliyev” presieduta da Mehriban Aliyeva, moglie del presidente della Repubblica dell’Azerbaijan. Uno Stato laico sulla carta, e dunque non confessionale, eppure popolato da una maggioranza musulmana sciita: unico benefattore ad aver risposto all’appello del cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura e della Pontificia Commissione d’archeologia sacra, che ha cercato anche in Occidente possibili finanziatori. Presentati il 23 febbraio i risultati dell’ultimo degli interventi conservativi iniziati circa 3 anni fa, il cardinale ha salutato con entusiasmo il «generoso gesto» della first lady azera, intravedendo nel dialogo interculturale intrapreso con il suo Paese «un battistrada per il successivo dialogo interreligioso». Il lauto finanziamento, pari a 300mila euro, è stato erogato nell’ambito di un accordo sottoscritto nel giugno 2012 ed ha permesso di restituire luce a diverse opere pittoriche di questa straordinaria pinacoteca sotterranea che si dipana in 18mila metri quadrati di cunicoli e gallerie.

Tra i monumenti ripuliti ci sono l’arcosolio di Sabina e quello di Orfeo, la nicchia di Daniele e tre cubicoli: quello della Madonna con due Magi, quello di Susanna e del fossore e quello “dei due ingressi”, ora ribattezzato della matrona orante. In particolare questo, ultimo tassello di un minuzioso lavoro, ha potuto recuperare la sua ricca decorazione affrescata, in cui risalta il soffitto a medaglione centrale con Buon Pastore, circondato dagli episodi biblici di Giona, di Daniele fra i leoni e di Noè nell’arca. Negli angoli, invece, figure di oranti maschili e uccelli e sulle pareti una ricca trama decorativa con elementi floreali e di fantasia mentre spicca, sulla parete d’ingresso, l’elegante figura di una matrona orante, appena riconoscibile prima dei restauri e oggi di grande impatto visivo: in essa potrebbe individuarsi il ritratto della defunta ospitata nel cubicolo. «Le tecniche conservative più avanzate, che prevedono l’utilizzo del laser – spiega l’Ispettore delle catacombe di Roma, l’archeologa Raffaella Giuliani alla quale è stata affidata la supervisione tecnica dei restauri – hanno consentito la rimozione di patine nerastre che con il tempo si erano legate in un tutt’uno con l’intonaco e che sarebbe stato impossibile eliminare con i più economici e meno efficaci metodi tradizionali. Ecco perché questo finanziamento è stato così importante, consentendoci di operare delle scelte tecniche ben precise sebbene più onerose».

Oggi si possono ammirare anche i segni, le immagini e le scene di un mondo pagano, ancora legato alla cultura ideale e religiosa della tradizione classica. «Questo fenomeno – racconta Ravasi – che rende particolarmente attuale l’intreccio tra diverse espressioni culturali e religiose, deve essere calato in quel clima di tolleranza che si era diffuso proprio al tempo dei Costantinidi». Poco conosciuto, il sito archeologico delle catacombe – dove proprio l’imperatore Costantino fece erigere il Mausoleo dedicato a sua madre, Sant’Elena – dal 2014 è uno dei poli artistici della Roma sotterranea cristiana e grazie a questi restauri potrà valorizzare anche il quartiere popolare di Tor Pignattara che lo ospita. La collaborazione con il Paese caucasico è intanto destinata a proseguire: Ravasi e Aliyeva hanno infatti annunciato di voler valorizzazione ora il complesso monumentale di San Sebastiano fuori le mura, sulla via Appia Antica. Il nuovo accordo riguarderà la conservazione, ancora una volta per 300mila euro, di 15 unità di una preziosa collezione di sarcofagi, «cronologicamente datati tra il III e IV secolo e che possono raccontarci quale fosse la scultura funeraria romana del tempo».

24 febbraio 2015