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A casa dopo il carcere: nelle sale “Ombre della sera”

L’opera prima di Valentina Esposito, interpretata da detenuti in misura alternativa ed ex detenuti di Rebibbia, arriva alla Commissione Diritti umani del Senato

«La prima cosa che capisci entrando in carcere è che queste persone, che per la maggior parte sono senza istruzione e arrivano da realtà periferiche, non hanno le parole: non hanno il linguaggio per elaborare il dolore ed entrare in contatto con gli altri. E il primo obiettivo della nostra attività fatta di teatro, scrittura e cinema è restituirgliele. Se poi questo linguaggio si appoggia a una biografia tormentata, come questa, a livello cinematografico il prodotto diventa esplosivo». Una candidatura ai Nastri D’Argento 2017 nella sezione Docu-Film, Menzione Speciale al Bafici Film Festival di Buenos Aires e la partecipazione al Sofia International Film Festival (Fuori Concorso), al RIFF – Rome Independent Film Festival e al Cairo International Women Film Festival, il docu-film “Ombre della Sera”, interpretato da detenuti in misura alternativa ed ex detenuti del carcere di Rebibbia, sarà presentato domani, mercoledì 20 settembre, in Senato in una serata istituzionale presieduta dal presidente della Commissione Diritti umani Luigi Manconi.

Opera prima della regista Valentina Esposito, con l’amichevole partecipazione di Pippo Delbono, unico attore professionista del cast, è prodotto da Simonfilm e Lupin Film, con il patrocinio del ministero della Giustizia, del Consiglio regionale del Lazio, riconosciuto di interesse culturale dal Mibact Direzione Cinema, sostenuto dal Fondo Cinema e Audiovisivo della Regione Lazio e sarà presto nelle sale con una distribuzione indipendente che toccherà carceri, università e mondo associazionistico. Interpretato da detenuti in misura alternativa e da ex detenuti attori del Carcere di Rebibbia (oggi attori della compagnia Fort Apache), trae ispirazione dalla biografia dei protagonisti e delle loro famiglie per svelare l’aspetto più intimo e delicato del percorso di reinserimento dopo anni di lontananza. «Storie intrecciate, attraverso i complessi e sconosciuti labirinti della libertà. Uomini condannati e afflitti, nel tentativo di espiare i propri peccati e di ricostruire le proprie vite».

“Ombre della Sera” – spiega la regista – è un film sul ritorno: il ritorno a casa e agli affetti dopo anni di lontananza e separazione». Quindici anni di lavoro teatrale a Rebibbia, Valentina Esposito ha iniziato a maturare l’idea del film proprio dietro le quinte dell’istituto di pena romano. «Ho cominciato a pensare a questo film nel 2014 – racconta – quando alcuni degli attori che avevo formato professionalmente stavano per tornare fuori. Li vedevo terrorizzati da questo passaggio: un momento molto delicato soprattutto per il ritorno a casa. L’aspetto più struggente è questo: la parte del lavoro, del reinserimento sociale, per molti detenuti viene dopo, prima di tutto c’è il rapporto con la famiglia. Tornare a casa è il momento più difficile da affrontare. Sono stati lontani per molto tempo, alcuni anche per 30, 35 anni e ricucire i legami è difficilissimo»

Proprio il «diritto all’affettività» è una delle cose di cui si parlerà nella serata al Senato, sottolinea Valentina Esposito: la possibilità di non spezzare completamente i legami. «Io che li ho seguiti nel percorso teatrale, e il teatro arriva in profondità, ho cercato di aiutarli in questo passaggio e ho scritto una sceneggiatura basata sulla loro esperienza reale, coinvolgendo anche i familiari, come attori. Ho parlato con gli attori che erano ancora reclusi e con i familiari che erano all’esterno. Poi loro si sono confrontati sul set per la prima volta, cercando di affrontare le difficoltà proprio attraverso la sceneggiatura, che è diventata uno strumento per elaborare i nodi irrisolti fatti di silenzi, incomprensioni, senso di colpa. La pena in carcere, fossero anche 30 anni di reclusione, può forse liberarti dal senso di colpa nei confronti del tuo reato ma non dal senso di colpa nei confronti dei figli. Questo i detenuti se lo portano sulle spalle per tutta la vita».

La regista spiega che «è complicato tornare a casa. Dall’altra parte ci sono persone che ti hanno amato tantissimo ma anche odiato perché li hai lasciati soli, a volte anche in condizioni economiche disastrose. Per questo il set è stato pieno di ferite aperte. Tante volte ho dovuto reinventarmi le scene sul momento, riscrivere, rincorrere gli attori: c’erano cose che non si riuscivano proprio a superare. Questa “palestra” però per loro è stata utilissima perché lavorare per la prima volta a un progetto comune li ha aiutati a superare in qualche modo il primo scalino, restituendo loro anche un ruolo, un’immagine. Ero molto interessata a questo aspetto – sottolinea ancora la regista -: non volevo il solito documentario sulla condizione dei detenuti ma un film in cui il tema non fosse il carcere, che ho deciso di non rappresentare – non esiste il carcere in questo film, non lo vedi mai -, ma la relazione tra padri e figli in un senso universale. Dietro quel tipo di distanza fisica, inequivocabile, c’è la metafora delle nostre lontananze, dei nostri problemi relazionali. Diventa quindi un film sulla relazione, anche indipendentemente dal carcere». Piuttosto, il carcere «in qualche modo illumina questa relazione e in questo lo spettatore si può anche identificare. Ci sono stati momenti, ad esempio al Festival di Buenos Aires, in cui ho visto padri che piangevano, semplicemente perché erano separati e vedevano i figli una volta a settimana esattamente come il detenuto del film. Questa produzione ha dato agli attori la possibilità di ricostruire la propria identità non solo agli occhi degli altri ma anche delle loro famiglie: li hanno visti diversi, capaci di parlare, interpretare un ruolo, di usare le parole per rientrare in contatto. E tutto questo non è affatto scontato». (Teresa Valiani)

19 settembre 2017