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La Decima Parola: il «rispetto» che unisce cattolici ed ebrei

Alla Lateranense la Giornata per l’approfindimento e il dialogo con il rabbino capo Di Segni e Innocenzo Cardellini. Gnavi: «stop alla predicazione dell’odio»

Alla Lateranense la Giornata per l’approfindimento e il dialogo con il rabbino capo Di Segni e Innocenzo Cardellini. Gnavi: «stop alla predicazione dell’odio»

Ermeneutica rabbinica e metodo storico critico. Attraverso queste due forme di analisi, che descrivono esse stesse due culture differenti ma allo stesso tempo vicinissime, due modi di pensare lo studio della Parola alternativi, ma con sorprendenti punti di contatto, è stata analizzata la “Decima Parola” di Esodo 20 e Deuteronomio. Si è svolto giovedì 14, all’Università Lateranense, l’incontro diocesano della XX Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei.

Ad organizzarlo, l’Ufficio per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso del vicariato. A confrontarsi sull’ultimo comandamento, «Non desiderare…» sono stati Riccardo Di Segni, rabbino capo della Comunità ebraica di Roma e Innocenzo Cardellini, padre scalabriniano, biblista e ordinario di Esegesi dell’Antico Testamento alla Lateranense. Un cammino, quello delle Giornate di dialogo, arrivato al suo decimo anno. «Un lungo itinerario di reciproca conoscenza e amicizia» ha detto il rettore della Lateranense, il vescovo Enrico Dal Covolo, introducendo l’incontro. Poi, in riferimento al testo oggetto di riflessione della serata (Esodo 20,17), ha sottolineato come la “Decima Parola” «rinvii all’alleanza irrevocabile di Dio con il suo popolo. Un’alleanza accomuna le tradizioni giudaica e cristiana».

Sulla scia del ragionamento del rettore, si è inserito l’intervento del rav Riccardo Di Segni che ha analizzato, dal punto di vista della tradizione degli studi rabbinici, l’essenza del divieto che compare sia in Esodo che nel Deuteronomio: «Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa appartenga al tuo prossimo». Da come si può evincere, ha puntualizzato Di Segni, si tratta di un «comandamento espresso con valore universale anche se nella logica e nel linguaggio di 35 secoli fa». Questo vale soprattutto per il concetto di «proprietà» applicato alla figura della donna, o degli schiavi. Più in generale, la Parola ci dice che «non bisogna desiderare» soprattutto quando il desiderio in questione «porta alla distruzione della società – ha aggiunto Di Segni –, allo squilibrio dell’ordine».

Con Abraham ibn ‘Ezra, erudito ebreo del 1100, si può dire che «il tuo desiderio deve fermarsi – ha concluso il rabbino – davanti alla consapevolezza che, in questo mondo, ci sono situazioni e cose che ci sono precluse». Il professor Cardellini si è soffermato sui motivi che storicamente hanno portato alla divisione, nella forma che oggi conosciamo, dei dieci comandamenti, facendo risalire a Sant’Agostino la volontà di dedicare il nono comandamento al «non desiderare la donna d’altri» e il decimo, invece, alla «“roba”, ai beni». Già all’epoca del filosofo e teologo di Tagaste, era infatti «impossibile pensare alla donna come a un asino, un bue o uno schiavo».

Cardellini ha quindi approfondito l’analisi del testo e delle fonti sottolineando la grande attualità della Decima Parola relativamente al «rispetto dell’altro». «Possiamo desiderare l’altro o le cose altrui senza compiere forzature che snaturano la nostra essenza di esseri umani e figli di Dio». Per monsignor Marco Gnavi, direttore dell’Ufficio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo, «l’incontro ha mostrato tutti i frutti del cammino di amicizia tra la comunità cattolica e quella ebraica». Nel «fosco quadro internazionale», e «soprattutto dopo gli attentati di Istanbul e di Giacarta di questi giorni», ha concluso, «sentiamo l’esigenza di disarmare la predicazione dell’odio. Il nostro cammino va in questa direzione».

 

15 gennaio 2016